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The BONNIE PARKERS
“Don’t you like my lifestyle?” “Yes, We do”
di ElCiabe
Roma, Qube, 22 – 04 – ‘04
Ecco uno di quei gruppi per i quali il concetto di buona o cattiva esibizione non esiste. Sarà per il solito, iperabusato (anche da chi scrive, sic!) cliché del punk come attitudine prima ancora che come musica, ma in gruppi come i Bonnie Parkers di Capitan Umberto D’Agostino ciò che fa la differenza è, come si dice in ambito teatrale, la “pancia”. Ovverosia l’ISTINTO! Il resto viene da sé. E allora, per magia, la godereccia introduzione di Umberto (“Siamo i Bonnie Parkers, e suoniamo rock ’n’ roll!”. Uno spettacolo.) fa presto passare in secondo piano i primi minuti di affanno della batteria di un Leonardo Rumori sotto antibiotici, che però si riprende dopo poco ed inizia a squassare cassa e rullante da par suo, completando il quadro di un altro concerto da ricordare, cosa più che consueta per i tre, per la debordante adrenalina che offre. Partenza – riscaldamento affidata a “DON’T YOU LIKE MY LIFESTYLE?” e “OUT OF THE REDLINE”, un po’ giù di tono, si diceva, nella batteria di Leonardo, e una pronta risalita a partire dalla superba, tagliente “WATCHING YOU DIE”, nettamente il pezzo migliore del repertorio proposto, tra Pistols e Misfits, dopo una transitoria ma interessante “I’M GLAD(I’M NOT YOU)”, quasi in direzione – Who, velenosa e dal cantato articolato e sapientemente spartito tra Umberto e il basso di Simone. Il primo domina la scena col carisma involontario di chi si sta divertendo un mondo, ed è sempre il solito, ruvido piacere vederlo alternarsi alle liriche, rigorosamente in inglese, col secondo, che da par suo non sbaglia un colpo e mette in mostra agilità e perfino, chi l’avrebbe detto, un tocco non privo di una certa pulizia e personalità. Su brani come “IT’S ALL TOO WRONG”, “ONLY ONE CHANCE” e “I WILL NOT LOSE (‘CAUSE I DON’T PLAY)” quasi ogni commento diviene superfluo: deliziosamente sporchissimi, estremamente incisivi nella loro canonica brevità, trattasi di classici addirittura didattici del genere, nella loro spavalda continuità e nell’acidità che li contraddistingue e non li rende stucchevoli. Ed è ancora lusinghiero per i tre denotare un’incoraggiante crescita compositiva con l’esordio delle due new entries del repertorio proposto stasera: “DOWN ON YOUR BAD ROAD”, con le variegate oscillazioni della batteria e le accelerazioni ritmiche più dosate ma ugualmente d’impatto, e specialmente la duttile “DEATH GOT BLACK EYES”, dove questi tre guasconi moschettieri si fanno… “perdonare” un controtempo spiazzante ed intelligente con una quadratura pressoché perfetta delle dinamiche, e la cornice delle solite deflagranti sventagliate di garage punk distillato. Si chiude, tanto per cambiare, con la carta vetrata: gli ultimi due brani sono la sorda “I HATE WHAT THEY CALL MUSIC”, che azzanna con efficacia alla giugulare ogni sorta di divismo dello star system e la conclusiva “THEY DO NOT CARE”, che tiene bene la linea e il tratto riconoscibilissimo della band, ma che tutto sommato si pone forse un po’ in secondo piano rispetto ad altri episodi più ispirati. E comunque, in ultima analisi, è, come al solito, la camicia fradicia di Umberto (che correrà senza indugio a recuperare una cospicua dose di liquidi sotto forma di…birra) la migliore testimonianza di cosa sono i live di questi Bonnie Parkers, un gruppo che davvero, come dice il suo leader, “suona rock ‘n’ roll”! “Don’t you like my lifestyle?” Yes, we do!
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